il dopo proiezione

Il carcere di Pisa è almeno 15 volte più piccolo di quello di Milano Opera, dove ho girato Quintosole. Una palazzina bassa vicina al centro della città con di fronte un bel giardino con panchine e giochi per bambini.
Ero nervoso, aspettavo nella sala all’ingresso l’educatore con il quale avevo parlato per organizzare la proiezione.
Dopo mezz’ora ero dentro il carcere in una piccola stanza con una lavagna, una cattedra e delle sedie ordinate in file tipo cinema. Era stato allestito un televisore e un videoregistratore, la finestra grande lasciava entrare molta luce e si apriva su un cortile cieco, al quale si poteva accedere solo da una porta di ferro posta su un lato.
La selezione del pubblico (30 persone su circa 390 detenuti) è stata casuale, chi si trovava fuori dalla cella e stava partecipando alle varie attività del carcere poteva scegliere di venire a vedere il documentario.
Con me, nella stanza ancora vuota, l’educatore e un poliziotto. Abbiamo chiaccherato un oretta in attesa delle 14.
Piano piano sono cominciati a entrare detenuti di diversa nazionalità. Si sono seduti lasciando la prima fila libera dove avrebbero preso posto gli educatori.
Non mi sono seduto. La mia testa continuava a guardare ora il documentario ora i volti dei detenuti. L’hanno guardato, hanno riso, hanno annuito e alla fine mi hanno fatto i loro complimenti e sono ritornati nelle loro celle o alle attività che avevano interrotto.
Non mi hanno detto nulla. Non hanno commentato il documentario… ma mi continuavano a fissare, forse per cercare di capire se ero un "amico" o no...
E’ stata solo un’ora diversa…


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